SOPA, PIPA? Se ne riparlerà più avanti. Tanta pressione ha sortito l’effetto di rinviare la discussione parlamentare in America, ma le proposte di legge che deputati statunitensi hanno varato per la protezione del diritto d’autore sul web, hanno scatenato una protesta davvero senza precedenti. La questione è spinosa, si sa, ma quello cha ha portato al blackout del 18 gennaio è il peso sproporzionato delle cosiddette leggi anti-pirateria. Rendere perseguibili non solo chi commette le violazioni, ma anche chi ospita semplicemente un link a siti con contenuti illegali è parso un vero e proprio attacco alla libertà di diffusione delle informazioni sulla rete.
Le reazioni sono state le più disparate. Alcune hanno dimostrato un sentito impegno, come l’oscuramento di Wikipedia, la quale ha invitato gli utenti a sensibilizzare i loro rappresentanti, nei rispettivi paesi di residenza, contro questa pericolosa deriva politica che non riguarda solo l’America. Altri soggetti come Google, Mozilla, WordPress, hanno rappresentato il proprio dissenso listando a lutto le loro home page. Il mondo social ha risposto in maniera leggermente più fredda. Mark Zuckerberg ha scelto la propria timeline per esprimere solidarietà, mentre Twitter ha fatto la scelta controversa di localizzare il proprio appoggio al territorio degli Stati Uniti, non ritenendo necessario un oscuramento globale del proprio servizio, ma le hashtag #nosopa e #stopsopa sono state comunque le più utilizzate mercoledì scorso.
Proprio nel momento in cui lo sharing è il comportamento più diffuso ed analizzato della rete, in periodi di crisi economica, si ha la sensazione di trovarsi davanti al solito, anacronistico “pesce grosso che vuole mangiare il pesce piccolo”. Sanzioni come il bannaggio dall’indicizzazione di Google significherebbero la morte virtuale di qualsiasi piccola impresa, anche se promettente.
In effetti, realtà rampanti come i siti di file streaming sono utilissimi veicoli di brand awareness che anche il mondo della musica sta cominciando a considerare. La prova? Artisti sotto contratto major, più o meno timidamente, hanno espresso il proprio disaccordo al fianco di gente come Radiohead e Peter Gabriel, già da tempo alla ricerca di nuove tipologie di diffusione della loro arte più vicine agli attuali tempi e modalità di fruizione con al centro l’utente. La questione è che le carte in tavola ormai non possono essere cambiate, la comunità degli internauti è oggi fin troppo consapevole e necessaria per essere semplicemente ignorata, sono i regolamenti che dovrebbero essere aggiornati in maniera moderna e non solamente oscurantista.
Il momento è comunque topico e presagisce ad un cambiamento epocale. Le contraddizioni e la recente, salomonica presa di distanza del presidente Obama da tutto ciò che potrebbe intaccare il Primo emendamento non riescono a nascondere la questione; la chiusura, proprio in queste ore, di un sito come Megaupload da parte dell’FBI ne è la dimostrazione tangibile.
Bennaker
20 gennaio 2012We are Anonymous.
We are Legion.
We do not forgive.
We do not forget.
Expect us.